Stefano Tamburini

Stefano Tamburini

Vi proponiamo un comunicato stampa particolare perchè appartiene ad un nostro genio contemporaneo, morto prematuramente , il grande Stefano Tamburini.

TESTO INTEGRALE TRATTO DA FRIGOMAG

COMUNICATO STAMPA 24 Aprile 1986

Oggi, 24 aprile 1986, verso mezzogiorno, è stato trovato il corpo di Stefano Tamburini, morto da più di dieci giorni, forse per un malore improvviso.
Nato nel 1955, sotto il segno del Leone, Stefano Tamburini è stato uno dei fondatori della rivista Cannibale nel 1977 e successivamente, nell’80, del mensile di fumetti e reportages Frigidaire. E’ stato anche l’ideatore, il primo disegnatore e infine lo sceneggiatore del personaggio Ranxerox, un androide quasi perfetto costruito da un immaginario studelinquente durante l’occupazione dell’Università di Roma dell’86 (una specie di ‘77 fantascientifico).
Oltre a pubblicare centinaia di pagine di fumetti, testi, immagini ecc. su l’Avventurista, Cannibale, Il Male, Frigidaire e su altre riviste, Tamburini è stato un geniale grafico (sua è infatti sia la progettazione di Cannibale che quella, tanto più complessa e duratura nelle sue tipologie, di Frigidaire) e un attento scopritore e maestro di nuovi talenti nel campo del disegno. Chi più, chi meno, tutti i nuovi autori italiani ed europei di questi ultimi anni gli devono moltissimo.
Recentemente, dopo l’uscita dell’ultimo albo Muscles, in cui compaiono le storie di Snake Agent, un agente segreto le cui avventure sono disegnate con una particolare tecnica di trasformazione dell’immagine alla macchina fotocopiatrice, Stefano Tamburini aveva collaborato al mensile Frizzer, sceneggiando dei curiosi fotoromanzi satirici, e aveva inventato la grafica ed il titolo di una nuova rivista per giovani autori di fumetti: Tempi Supplementari. Sua era stata anche la progettazione grafica del trimestrale di subletteratura Vomito.
Stefano Tamburini è stato un interprete appassionato della vita quotidiana della sua generazione, un osservatore lucido, ironico e insieme disperato del suo tempo. Per anni ha inventato e realizzato progetti con l’entusiasmo di un ragazzo. Ha sempre guardato il successo editoriale (anche dopo le 18 traduzioni delle storie di Ranxerox e la gloria in Francia e negli Stati Uniti) come un aspetto complementare – in fondo secondario – della sua ricerca di vita, di amore, di libertà.
Era un giovane forte e robusto, fino a sembrare indistruttibile o invincibile. Ma anche un artista che la stessa sensibilità estrema ha reso – in certi momenti – fragile come vetro.

Frigidaire n.66 – Maggio 1986

“PER FARE GRAFICA CI VOGLIONO MUSCOLI!”
(S. Tamburini)

Ho conosciuto Stefano Tamburini nel ‘78, in una stanza dedicata al montaggio della Tipografia 15 giugno, dove passavo una o due sere a settimana per il montaggio de Il Male. Ma il nostro incontro era avvenuto già un anno prima, con l’uscita di un piccolo articolo/recensione che ero riuscito a pubblicare su Paese Sera e che parlava di Cannibale (n. 1 e 2) appena stampato.
L’articolo ha una certa importanza nella storia che poi seguì, perché di lì nacque una specie di complicità tra me, il gruppo di Cannibale e Stefano in particolare, che già durante il periodo de Il Male permise di progettare, discutere, avviare, creare Frigidaire.
Per me, infatti, Cannibale era stata una rivelazione. L’incontro con una serie di possibilità narrative che andavo quasi “immaginando”, ma che non mi sarei mai sognato di vedere realizzate in quella forma. Mi ricordo ancora fortissima l’emozione che mi prese a vedere la copertinetta di Tamburo con il primo Ranxerox (un coatto molto più brutto e deforme del gigante di muscoli plasmato da Liberatore) che – appoggiato a un muro – dice: “La voi provà n’emozzione nova pe’ 800 lire?”
Ma curiosamente, anche per Stefano la mia recensione aveva rappresentato qualcosa. Lui, che era diffidentissimo verso le critiche, i giudizi e tutte le forme di metalinguaggio, aveva saputo vedere acutamente il discorso che c’era sotto la forma “recensione”. Infatti di scrivere critiche non me n’è mai fregato niente e meno che mai me ne fregava nel maggio del ‘77, in pieno movimento, per giunta disoccupato e senza soldi. La critica non era dunque altro in quell’articolo che un pretesto per scrivere una specie di “lettera”, era un modo di raccontarsi e presentarsi agli autori che tanto mi avevano affascinato.
Era in questo scavo sotto la superficie della critica che Stefano mi aveva incontrato e apprezzato, con la stessa intuizione di “qualcos’altro” che avevo avuto io, conoscendolo nel trentesimo livello della sua città tentacolare.
E con lui avevo incontrato l’irriducibile Filippo Scozzari, impegnato in gruppo nella sua solitaria ed estenuante ricerca della squisitezza, cioè dell’ironia assoluta; il michelangiolesco Tanino Liberatore, che scolpiva i suoi giganti a colpi di “porcoddio”; Massimo Mattioli, una sorta di aristocratico dell’effetto totale, pulito, dell’interconnessione tra ogni possibile livello di lettura; l’intraducibile Andrea Pazienza, il nostro Leonardo, il nostro Mozart.
Al centro di questa amicizia, di questo sodalizio, sempre il “progetto”. Quale? Quello che pensavamo di avere in testa, senza neanche ragionarci tanto, quando ci trovammo a New York nell’estate del ‘79. Oppure quello che avevamo vagamente promesso di redigere per farci capire da Oreste del Buono, ma che poi non scrivemmo. Insomma il nostro “progetto” di giornale, di impresa, di cambiamento dello stile. La costruzione della nostra “arma”.
Già, arma. Perché soprattutto Stefano ha sempre saputo, lui proletario del quartiere Talenti, saltato per proprio gusto a ventidue anni alla testa della più straordinaria rivoluzione stilistica giovanile degli anni ‘70 e poi, su scala europea e mondiale, degli anni ‘80, che non si agisce con le parole, ma con i fatti.
Ci siamo sempre trovati d’accordo (e mi ha sempre ammirato per questo, non meno di quanto io ammirassi lui) sul fatto che era necessario produrre cose: carte stampate, video, quadri, oggetti che fossero le armi di quella rivoluzione stilistica, che altrimenti sarebbe rimasta una specie di sogno e nient’altro.
Stefano era per l’azione.
Il fine era una visione più lucida delle cose, per cambiarle di posto, secondo un principio di bellezza, e di squisitezza come dice Filippo Scozzari.
Non abbiamo mai sognato di accarezzare le chiappe dei potenti, ma sempre di prenderle a calci, perché blu fanno più nobiltà. E’ venuto maggio. E’ come se Stefano si fosse presa una lunga vacanza. Pazienza! direbbe Pazienza. Stiamo qui stasera io, Filippo, Andrea, Tanino. E’ tardi, bisogna andare in macchina e fare tante cose. Con Tamburini continueremo a lavorare di testa, col ghigno di chi sa che le storie sono straordinarie perché sono crudeli.
Con gli occhi asciutti, si potrebbe aggiungere.
Perché le lacrime appartengono alla notte e al segreto.

Frigidaire n.66 – Maggio 1986

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