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Un film di  Steve McQueen . Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware.

Trama ( fonte mymovies )

Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi.

Domande Alexandra Ieni  – risposte Ilaria Mainardi
A.I. Il film cerca di mostrare un disturbo della sfera sessuale che sembra oggi essere un epidemia soprattutto in Inghilterra, la compulsività con la quale si compie l’atto sessuale diventa per il personaggio la sua prigione, che sia colpa della società oppure della troppa sovraesposizione a cliché sessuali?

I.M. Senza dubbio Steve McQueen traccia un quadro antropologicamente e sociologicamente interessante. Nella sua Inghilterra così come nella New York nella quale Brandon si muove, un moderno concetto di alienazione, non più dovuto alla meccanizzazione del gesto, ma a una sorta di disfunzione nella regolazione fra il “principio del piacere” e il “principio di realtà”, induce a maturare comportamenti di bulimia compulsiva, legati a istinti che potremmo definire primari, (auto)conservativi.
Ciò a cui il regista però cerca di approdare, a mio avviso, con successo, è una sorta di catarsi laicissima che si compie proprio attraverso il mezzo cinematografico. Esso usa apparentemente la stessa struttura metrica, si potrebbe dire, la stessa spietata crudeltà masochista, impudica che vediamo ritratta nelle gesta ero(t)iche di Brandon. Tuttavia, attraverso di lui si realizza la profezia preconizzata nei versi della “New York New York”, cantata da Carey Mulligan: il cinema rinuncia a giudicare e diviene empatico, salvifico, dà avvio a un nuovo inizio, finalmente umano.

A.I.  La colonna sonora che accompagna il film sembra essere stata scelta con cura ma è stato forse un errore associare le variazioni Goldberg ad un video porno?

I.M. Ritengo di no. Il contrappunto (anche se, come suggerisce Michel Chion, sarebbe forse più opportuno parlare di “armonia dissonante”) audiovisivo di “Shame” risulta straniante, ma, per questo motivo, ancora più efficace. Mi viene in mente, come uno tra i precedenti possibili, l’uso di Bach da parte di Pier Paolo Pasolini, in “Accattone”. Non solo il tema della morte, rappresentato dalla Corale in Do minore della Passione secondo Matteo, ma anche il tema dell’amore fra borgatari – Andante del Concerto Brandeburghese n. 2 – vengono scelti, dal regista friulano, come musiche, naturalmente extradiegetiche, dalla finalità quasi leitmotivica.
Ad essi si accompagnano invece motivi intradiegetici e appartenenti alla tradizione popolare romana. Mi viene in mente, uno fra tutti, “Barcarolo romano” e, in “Shame”, la tradizionale, ma riarrangiata, versione di “New York New York”.
Qualcosa di simile, anche se forse con una finalità dissacrante metacinematografica, sembra aver fatto anche il regista danese Lars Von Trier che ha usato il Preludio al Corale in Fa minore “Ich ruf’ zu Dir, Herr Jesu Christus“, già utilizzato da Tarkovskij in “Solaris”, sulla scena di un amplesso, nel suo “Nymphomaniac”. Staremo a vedere…

A.I I personaggi sono quasi tutti abbozzati tranne il protagonista, credi sia stata una volontà del regista per aumentare il vuoto intorno a Brandon oppure uno sbaglio?

I.M. Ritengo che la prima ipotesi sia quella corretta. Soltanto della sorella e di Marianne, la donna con la quale Brandon cerca invano di stabilire una relazione, ci è dato di sapere alcuni particolari. Del resto, il protagonista vive in un universo totalmente autoriflesso ed egotico, incapace com’è di relazionarsi in modo empatico e compassionevole, non solo con gli altri, ma anche con una reale coscienza di sé che anzi rifugge, impaurito dalla propria inevitabile caducità.

A.I. Molti altri film hanno affrontato lo stesso tema, penso a Soffocare ad Intimacy e tanti altri , con risvolti e psicosi più o meno latenti si arriva sempre ad una risoluzione ( a volte anche drastica ) come pensi McQueen abbia “risolto”?

I.M. Credo che il processo che McQueen abbia tentato di instaurare sia quello di una sorta di “elaborazione del lutto”, esattamente nelle quattro fasi, descritte da Freud, proprio perché è l’imago mortis della società contemporanea ciò che ci mostra e ciò da cui Brandon, disperatamente, scappa via. Soltanto che, in questo caso, il lutto non si configura come una perdita materiale, ma come l’insostanziale riappropriazione di una parte della propria identità smarrita. La quarta fase non potrà dunque compiersi nella sua interezza, ma resterà sospesa nell’occhio della camera che non vorrà né potrà dirci come andrà davvero a finire.

A.I. Casa lavoro e sesso sembra un mondo ideale invece è un incubo, forse perché tutto se ripetuto nella quotidianità diventa noioso?

Credo che ci sia questo, unito all’incapacità di avvertirsi come esseri finiti e non in-finiti. Contrariamente a quello che accadeva nel precedente “Hunger”, dove la morte veniva temuta, senza averne paura, grazie alla ferrea risolutezza “ideologica” del proprio arbitrio, in “Shame”, l’assenza di percezione, anestetizzata, abbrutita, rende Brandon schiavo di se stesso e della propria bulimica ricerca di appagamento sensoriale, scisso però paradossalmente dalla capacità di sentire, di godere davvero dei singoli attimi o di collocarli in un significato più ampio. A questo proposito, ritengo rilevante sottolineare ancora una volta la gigante interpretazione di Michael Fassbender, raffinata fin nei minimi dettagli, ma sempre all’insegna del less is more: il suo corpo è magro, agile, scolpito eppure i movimenti rimandano spesso a una sorta di alterità ignota, risultando quasi goffi…

A.I. Solo la morte fisica non quella spirituale, riesce a scuotere il torpore in cui vive Brandon , che questa sia la nostra agonia? vivere in una sicura boccia di vetro chiamata società liberale dove “vivi e lascia vivere” per poi risvegliarsi bruscamente a causa di un evento al quale non c’è umano rimedio?

I.M. La prospettiva di McQueen è decisamente laica, umanistica. Il regista non giudica né impone una visione ultraterrena che possa in alcun modo fungere da riparo consolatorio o salvifico (basti pensare al dialogo, splendido, fra Bobby Sands e il sacerdote, in “Hunger”). Tuttavia il suo cinema trova proprio nella laica capacità empatica e compassionevole – illuminanti le definizioni che ne dà Martha Nussbaum – la ragione di una speranza non illusoria: sentirsi davvero rispetto a sé e a ciò che ci circonda, toccarsi e riconoscersi nella nostra effimera provvisorietà, è la salvezza a cui possiamo aspirare. Almeno fino al prossimo incubo.

Domande Ilaria Mainardi – risposte Alexandra Ieni
I.M. “Madamina, il catalogo è questo”, canta Leporello, mostrando le conquiste di Don Giovanni. Egli, al contrario di Casanova, non trae piacere nella “coazione a ripetere” che serve piuttosto ad esorcizzare la morte, sia come pulsione freudiana ante litteram che come dato inalienabile e oggettivo della vita umana. Così Brandon, il protagonista di “Shame”, secondo film del regista inglese Steve McQueen. Mozart percepisce nell’aria i venti rivoluzionari e credo che anche la bulimia sessuale e, non a caso, culinaria, del personaggio, interpretato da Michael Fassbender, ci parli, in senso più ampio, di un’epoca, la nostra, nella quale eros e thanatos si ridisegnano alla luce di una sorta di nevrosi collettiva, caratterizzata dall’“esibizionismo dell’emozione”.
Cosa ne pensi?

A.I. La “società moderna”, senza usare troppi fronzoli, è davvero un casino, come ci siamo abituati ad un modello di vita del genere sfugge ad ogni tipo di razionalità, abbiamo barattato la nostra “sicurezza” con un incubo dal quale derivano solo ansie e compulsioni. L’aspetto davvero triste è che una delle vittime di questa psicosi sia proprio l’atto sessuale, la cosa più naturale e spontanea che dovrebbe esistere.

I.M. Come il celebre viaggio dantesco, anche “Shame” è costruito sulla circolarità. Riprendendo, il paragone con Don Giovanni, e pensando alla trasposizione cinematografica di Joseph Losey, l’idea della circolarità torna ancora una volta, qui scenicamente, nell’utilizzo espressivo della Rotonda del Palladio, nella quale il film è girato.
Al posto del convitato di pietra, Brandon incontra però il dolore, rappresentato dal confronto fra detto e indicibile, nel rapporto, giustamente ambiguo, con la sorella, e nel tentativo di suicidio di lei. La circolarità del percorso dell’uomo, attraverso l’elaborazione tragica, sebbene non direttamente luttuosa, lo porta a ri-vivere il tentativo di seduzione iniziale in maniera diversa, con una diversa consapevolezza e un percorso interiore che si è decostruito, dolorosamente, davanti ai nostri occhi. In realtà lo spettatore (e forse neppure Brandon, magistralmente tratteggiato da Fassbender) non sa quale sarà l’epilogo di quell’incontro metaforico, vissuto giù mille volte e mille volte da vivere ancora. McQueen non è mai consolatorio né, per ciò che si è detto, moralista, ma questa è una delle accuse che, a mio avviso senza comprendere il discorso filmico né la poetica che lo sottende, è stata mossa dai detrattori. Volevo sapere qual è la tua lettura del personaggio e del suo iter.

A.I. Più che di circolarità che presuppone un concetto matematico basato sulla perfezione io vedo una linea retta tendente all’infinito, Brandon non torna al punto d’inizio ma la sua compulsione continuerà fino alla sua morte naturale, al massimo potrà permettersi qualche deviazione.

I.M. McQueen, in Shame come in Hunger, mostra un’attenzione particolare per la significatività del cromatismo. Si gioca fra il blu (il colore della melanconia) e l’arancio (tono passionale, ma anche luciferino). Le due scene parallele in metrò, da questo punto di vista, sono molto interessanti anche nell’osservazione degli abiti della donna, sfiorata o solo guardata da Brandon. Ti sei fatta un’idea rispetto alle scelte fotografiche del film?

A.I. indubbiamente la fotografia nel film è molto curata, la scelta di voler giocare con i colori è un vizietto molto di moda negli ultimi anni vuoi per la facilità con cui oggi si può raggiungere certi livelli, a mio avviso è un po’ inflazionato e non aggiunge niente al film, lo rende solo più cromaticamente interessante. Dopo Kieślowski chiunque utilizzi il colore per scopi narrativi deve temere il confronto con il gran maestro.

I.M. Steve McQueen e Michael Fassbender sono alla loro seconda collaborazione, in “Shame”, e, come è già avvenuto in Hunger, l’attore si lascia stracciare vesti e viscere in una performance cha ha pochissimi eguali, per intensità drammatica, calibrata energia, precisione tecnica. Trovo infatti che, lungi dall’essere un sacchetto da riempire con le direttive del regista, un interprete come Michael sia motore egli stesso della creazione filmica che non potrebbe seguire lo stesso andamento senza di lui. Cosa ne pensi?

A.I. Il protagonista è ben diretto, trovo la sua interpretazione buona, ho avuto come l’impressione di vedere una versione del protagonista di “La promessa dell’assassino”  Viggo Mortensen edulcorata e vuota. Resta il dubbio se l’intento di  Fassbender fosse proprio quello di mostrarci un personaggio con queste caratteristiche.

I.M. Anche se forse incapace di agire direttamente sul cambiamento sociale, il cinema (l’arte) non è fatta per tranquillizzare, ma per restituire complessità. “Shame” assolve, dal mio punto di vista, a questo compito. Tu come la vedi?

A.I. Credo che il cinema sia come uno specchio, moltiplica la realtà a volte deformandola, a volte restituendoci un immagine così fedele da sbatterci contro, la complessità fa parte di questo agglomerato chiamato realtà e “Shame” non fa altro che specchiare una realtà.Non omette alcun elemento fuori dallo specchio ma anzi volendo continuare la metafora utilizza uno specchio grandangolare così da poter vedere anche elementi che sfuggono ad una vista normale.

 

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