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Lo sguardo di Saville è impietoso: corpi sanguinanti, tumefatti, obesi, martoriati, deformi, sfigurati. L’ agonia del disfacimento in presa diretta. Quella di donne monumentali quasi soffocate dall’ adipe, con guance cadenti ed enormi seni flosci strizzati in pose contorte; di ragazze sulla cui cellulite, come fosse carne da macello, il chirurgo ha già tracciato i contorni per le imminenti incisioni del bisturi; di transessuali con le gambe spalancate a sorreggere in precario equilibrio una silhouette tutt’ altro che aggraziata. Uomini (pochi) e donne (molte) schiacciati su lastre di vetro, intubati in letti d’ ospedale, abbandonati su tavoli da autopsia. Saville da voce all’ ansia nevrotica e alle ideologie (edoniste, scientiste, religiose) che ci spingono a modificare il corpo come se fosse un oggetto a noi estraneo, un puro involucro.

Per lei semplicemente la carne costituisce l’ unico paesaggio attraverso il quale la pittura può raccontare la contemporaneità, e sogna che la sua opera diventi «un documento rilevante dell’ epoca in cui viviamo»

Oltre a se stessa, Saville si ispira a foto scattate sui luoghi degli incidenti, a immagini tratte da manuali di medicina o a personaggi in grado di eccitare la sua fantasia. È il caso della ragazza cieca che compare al centro del trittico «Atonement Studies»

Saville da voce all’ ansia nevrotica e alle ideologie (edoniste, scientiste, religiose) che ci spingono a modificare il corpo come se fosse un oggetto a noi estraneo, un puro involucro. Una violenza inflitta non solo a colpi di liposuzioni e di silicone, ma anche di farmaci e macchine che prolungano pene irreversibili cancellando definitivamente i confini di ciò che è naturale e ciò che è artificiale

Fonte Corriere della Sera

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