innocence

Gottfried Helnwein, viennese classe 1948, non è solo un artista è un vero maestro, non solo perchè vanta alla spalle ben 40 anni di carriera artistica ma anche perchè è riuscito ad accendere per primo un faro su un argomento molto discusso, quello della violenza sui minori e lo ha fatto da grande artista, in un modo elegante anche se può sembrare un ossimoro.

Eleganti sono i suoi soggetti, piccoli ignari della violenza non solo fisica ma anche mediatica, emergono dalla superficie in tutta la loro grandezza estetica, gli occhi di molti di loro sono già adulti, ti guardano attraverso la tela e non implorano pietà ma gridano restando in silenzio. Possiamo dividere le sue opere  in tre macro categorie ; pittura ( tecnica mista, acquarello, pastelli ) , fotografie e istallazioni, più difficile è dividere la sua evoluzione artistica per tappe. Lui infatti è un vero e proprio indagatore di uno e uno soltanto dei sentimenti umani ; la paura in tutte le sue forme.

Sarete concordi con me che  a partire dai suoi primi acquarelli iperrealistici, molto espliciti nella rappresentazione, fino agli ultimi lavori, gigantografie tecnica mista, il tema è ricorrente, non è tanto la violenza in se che viene rappresentata, è l’orrore che ci colpisce, l’ansia che cose di questo genere possano essere reali, presenti, da qui la scelta della tecnica dell’ iperrealismo.

Le violenze hanno un senso estetico di un tempo passato, è chiaro il riferimento agli orrori del nazismo e ai regimi autarchici, ma  negli ultimi lavori compare un’altra violenza, più subdola che alberga nella nostra società, quella della manipolazione mediatica, dei videogiochi. Topolino e Paperino con i loro occhi senza pupille assumono lo stesso significato che nei lavori passati assumeva un ridente medico – «Il dottore beffardo» -, che si concede una pausa, con la sigaretta che spunta tra le dita insanguinate.

E’ innegabile nell’arte di Helnwein l’humus artistico dell’Azionismo Viennese, che con happenings estremi violò i tabù della società austriaca degli anni Sessanta e Settanta, nel tentativo di liberare le nuove generazioni dall’opprimente coltre del post-nazismo e di un cattolicesimo rigido e imperante. Lo stesso artista descrive così l’Austria del dopoguerra «La Vienna in cui sono nato subito dopo la Seconda guerra mondiale era una città fosca. L’ombra del Terzo Reich si allungava su tutto e nell’aria c’era ancora odore di morte. Ricordo le strade deserte, le macerie delle case bombardate. Non c’erano colori, non vedevo mai nessuno ridere. Era un mondo sospeso, come se la gente non riuscisse a decidere se la vita dovesse continuare o no. Allora non sapevo ancora che la generazione dei nostri genitori aveva provocato l’Olocausto, gli avvenimenti recenti erano un tabù e un bambino doveva ubbidire e non fare domande. Quando venni a sapere, rimasi sconvolto, e per me fu una svolta fondamentale. Da quel momento fui ossessionato dai crimini di guerra e dagli abusi e violenze perpetrati su persone inermi, e la mia produzione si è focalizzata soprattutto sulla dimensione del dolore che investe i bambini».

Un artista al quale dedicheremo anche altri articoli, il prossimo sarà sulla serie “48 Portraits”.

Redazione

 

Write a critique

Write