locandina

Un film di Nicolas Winding Refn. Con Tom Hardy, Kelly Adams, Katy Barker, Edward Bennett-Coles, June Bladon.

Trama ( fonte mymovies )

Ostinatamente devoto alla violenza, Michael Peterson – in arte Charles Bronson – non riesce a tenere sotto controllo il suo egocentrismo. E così, dopo un’infanzia trascorsa tra le mura di una casa piena d’amore, il ragazzo cresce collezionando bravate di poco conto. Una volta diventato grande, muscoloso e forzuto, dopo l’ennesima prepotenza, viene rinchiuso per sette anni in carcere. Nella cella, tra una scazzottata al secondino e un morso ai colleghi più miserevoli, diventa il prigioniero più famoso d’Inghilterra: un carcerato eccentrico e sbiecamente intelligente che non ha mai ucciso nessuno ma vive da trent’anni in totale isolamento.

Domande Alexandra Ieni  – risposte Ilaria Mainardi

A.I. In una scala di valutazione dove 1 è il voto più basso e 10 il più alto , che voto daresti a questo film?

I.M. Direi un 8 pieno. Pur ancora giovane e “in cerca” – ma questa ritengo sia una caratteristica che debba accompagnare l’intera produzione di un artista – Refn dimostra di avere mano salda con la M.d.P. e una lucidità ideologica impeccabile.

A.I. Realizzare film su storie vere è sempre un compito arduo e lo sbaglio di creare un ritratto poco realistico è sempre dietro l’angolo, in questo film come credi abbia affrontato il regista la difficoltà di narrare la vita di Charles Bronson ?

I.M.Nicolas, da un certo punto di vista, ha schivato l’ostacolo attraverso la via del surrealismo espressivo e della sistematica distorsione, non solo dei campi, ma anche della narrazione. Ciò che fa però non risulta una pavida resa di fronte alla realtà, il contrario: l’arte non è mai vita, ne è espressione distorta, enfatica, immaginifica, favolistica, iperrealistica ecc. ecc. Refn affronta un frammento della biografia di un uomo e lo fa esplodere in tante schegge che gettano luce sinistra, pur nel cromatismo accentuato, sulla società della repressione psichica e sociale.

A.I. Il film punta tutto sull’egocentrismo del protagonista evitando qualsiasi pensiero morale sulla condizione dei carcerati, questa scelta la reputi giusta?

I.M.Non sono molto d’accordo con questa affermazione. Il protagonista è uno solo, è vero, ma il fuoco non è unicamente su di lui, e di certo non vediamo le cose soltanto attraverso il suo filtro istrionico ed eccessivo. Mi resta impressa l’immagine finale, l’individuo costretto in una gabbia, e mi torna in mente il discorso di Kubrick e della sua arancia a orologeria: e se la violenza di stato fosse molto più violenta di quella degli individui che reprime? Se ne fosse, in qualche modo, fucina partenogenica?

A.I. Quale parte della “vita” di Bronson credi sia la meglio raccontata nel film?

I.M. La vita di Bronson, concettualmente, è il carcere. Concettualmente perché, di fatto, vi ha passato e vi passerà quasi l’intera esistenza e, massmediaticamente, perché Michael Petersen, non trovando nella società che (non) lo accoglie una strada per esistere, decide, più o meno scientemente, di farsi star all’interno delle mura carcerarie. Ciò è amplificato dagli inserti teatrali, con l’attore in maschera: la maschera di una mente psicotica, indubbiamente, ma anche il riflesso macabro di una società esclusiva, pronta a guardare grandguignolescamente e celebrare il folle, purché resti confinato entro la quarta parete di un palcoscenico (o di una galera).

A.I. Refn utilizza un palcoscenico per mostrarci il lato interiore di questa macchina umana , secondo te questa scelta narrativa funziona?

I.M. Assolutamente sì. Refn riesce a mantenere un equilibrio formale e sostanziale impeccabile fra il fuori e il dentro, sia quello psichico di Petersen, sia quello istituzionale del carcere (e del manicomio criminale) con i suoi meccanismi anti-umani.
D’altra parte, proprio all’interno del tritacarne di una cella sempre più angusta, Bronson scopre una sorta di vocazione artistica sui generis.

A.I. L’attore Tom Hardy mette in atto una vera e propria trasformazione per poter interpretare Bronson, come valuti la sua performace in questo film?

I.M. Tom è stato una folgorazione per me. Pur costretto a una mutazione fisica evidente, non lavora mai fuori dal personaggio, sull’esteriorità, giudicandolo. La sua folle adesione a Bronson è, dal punto di vista strettamente tecnico, una delle performance più interessanti che sia siano viste negli ultimi vent’anni, almeno. Del resto, Shakespeare, che Tom ha studiato insegna: se, recitando Iago, interpreti l’invidia e la menzogna, abbassi l’asticella dell’intera opera, facendo figurare Otello stesso come un povero allocco credulone. Lo spettatore è salvo: nulla può scalfirlo, lui avrebbe capito e schivato il pericolo. Se invece reciti un uomo che prova invidia e mente, uno più grande di noi, nel male, ma che potremmo essere noi, con le nostre umanissime pulsioni, ci rendi arduo il netto distacco come rendi difficile a Otello il compito di sapere cosa è disposto a fare e a cosa è disposto a rinunciare.
E dunque: davvero qualcuno di noi non ha provato un briciolo di simpatia per il folle e violento Bronson…?

Domande Ilaria Mainardi – risposte Alexandra Ieni

I.M. A mio parere, molto di questo lavoro si basa sulla necessità, da parte dello spettatore, di fare i conti con un’alterità indiscreta (a dirla come uno noto storico che definì in questo modo gli indiani d’America agli occhi dei conquistadores). Proprio come nel teatro Shakespeariano, siamo costretti a fare i conti con Bronson, l’altro da noi, il dissociato e l’asociale, e, allo stesso tempo, con noi stessi.
La catarsi (im)possibile arriva se si accetta la complessità dell’essere umano, secondo me.
E secondo Refn? Tu come lo hai colto?

A.I. Indubbiamente il personaggio di Bronson è talmente ben definito che non puoi non “farci i conti” , lo scopo del regista era quello di creare un personaggio che ti pietrifica e che ti lascia senza parole, proprio come nella vita reale Bronson è.

I.M. Se penso al cinema, quello bello (quello che fa Refn), ritengo che uno dei lasciti personalmente più importanti sia la “concretezza del dubbio”. D’altra parte credo che i grandi testi teatrali e sceneggiature di ogni epoca regalino al lettore/spettatore/attore domande brucianti più che risposte perentorie. In un’epoca contraddistinta troppo spesso dalla svendita di certezze a buon mercato, quale dubbio resta ancorato dentro di te dopo aver visto questo film?

A.I. La domanda senza risposta certa è sicuramente quella sulle potenzialità della mente umana, come un umano possa spostare così lontano il proprio ragionamento dalla gabbia del quotidiano pensare. Bronson ci insegna forse che c’è dell’altro fuori dal ragionamento razionale oltre alla scontata irrazionalità?

I.M. Diceva Brecht “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Oggigiorno sembra quasi di rievocare una profezia al contrario con il paradosso secondo il quale l’eroismo reale diviene vittima di sberleffo o maldicenza e il discutibile eroismo di ottimisti miliardari ad epigoni, presunti salvatori della Patria, continua ad ottenere consensi. In generale, avverto il bisogno di figure carismatiche, di profeti, di strutture solide, o propagandate come tali, alle quali richiamare i propri credo. Misurare una crisi dal numero di panettoni venduti a Natale è corretto per l’Istat, ma riduce il problema. Credo che un altro parametro interessante potrebbe consistere nel valutare il numero di mani che si tenta di afferrare per non precipitare nel baratro (o per ritardare la caduta). E se fosse l’era degli anti-eroi nostro malgrado? Oppure ne abbiamo paura? Insomma, che cosa è Bronson, una figura come Bronson nell’era dei grandi fratelli, delle fast celebrity, dell’anarchia etica?

A.I. No , credo che Bronson sia , e per questo non ne sono felice , un animale esotico da circo contemporaneo, l’insana cuorisità che un tempo spingeva le persone a guardare con stupore i freaks o gli animali esotici, oggi le spinge ad osservare tramine il video i telefilm sui serial killer. Si è passati da una curiosità esteriore ad una curiosità verso la psiche e purtroppo Bronson rientra nella categoria.

I.M. Mi interessa poco la diatriba giustizialista, ma molto il contraddittorio circa la responsabilità sociale, e quindi di tutti. L’unica via possibile, per quelli come Bronson, è una gabbia ferina? Oppure, per troppo tempo, abbiamo detto “tu puoi fare”, “la politica può fare”, tralasciando quello che potevamo fare noi stessi?

A.I. Chiaramente Bronson è un prodotto della nostra società, non che non esistessero umani del genere nel passato solo che venivano impiegati per fare le guerre, probabilmente fosse nato nel 600 sarebbe diventato un leggendario condottiero. Oggi nella società “sicura” dove abbiamo barattato la nostra sicurezza in cambio di una vita ripetitiva e in molti casi noiosa, gli umani come Bronson sono l’unica finestra su un mondo che non c’è più.

I.M. Nel cinema di Refn la musica è un elemento importantissimo. Come ritieni che venga usata in questo film?

A.I. Bronson è un artista, come può non amare la musica, soprattutto quella classica. La lezione di Kubrik sulla musica credo sia stata recepita molto bene da Refn

I.M. In genere si dice che, fare film su figure controverse, fa correre il rischio di celebrarle. Secondo te il rischio è davvero questo o, per così dire, è la solita melina?

A.I. Melina senza ombra di dubbio, certo ad uno spettatore impreparato può scatenare qualche elevazione inconscia ma questo non deve assolutamente importare al regista.

I.M. Quale potrebbe essere la felicità per Bronson? E per te, spettatore?

A.I. Credo che Bronson abbia una percezione della felicità molto differente da quella che intende il pensiero comune, quindi effettivamente non ho una risposta. Per lo spettatore la felicità e vedere altri film come questo!

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