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Non mi occupo molto di fotografia perchè oggi richiede un impegno mentale non indifferente, partendo dal presupposto che i media contemporanei tendono a sovrapporsi, a scambiarsi i linguaggi e creare relazioni intraspecifiche che sfociano nel manierismo tout curt, tenterò l’analisi di un fotografo con la F maiuscola.

Agevolata da una pratica comune degli artisti del “passato” (tra virgolette perchè mi riferisco al periodo precedente gli anni ’90 quindi, un passato vicino) che istintivamente immergevano le loro opere dentro un preciso linguaggio stilistico, tenterò di leggere le fotografie di Augusto de Luca.

BIO

Augusto De Luca nasce a Napoli nel 1955, laureatosi in giurisprudenza diventa fotografo professionista nella metà degli anni settanta ed opera al confine tra fotografia tradizionale e sperimentazione. Con un suo stile particolare, attraverso molteplici generi fotografici e adoperando i più svariati materiali sempre attento nello scatto ad evidenziare elementi primari alla ricerca di minime unità espressive, realizza immagini in cui forme e segni si correlano fra loro con accostamenti che ricordano la lezione della metafisica.

Potrei dividere le sue fotografie tra quelle a colori e quelle in bianco e nero, anche se risulta forzata e troppo semplicistica, questa divisione ci permette di evidenziare nell’uno e nell’altro genere il filo conduttore che è poi il linguaggio prediletto da questo fotografo, le geometrie. Geometrie di spazi, di colori, di ombre, di posizioni, di luce, oltre a quelle dettate dalla posizione del fotografo, De Luca aggiunge anche quelle del soggetto componendo uno scambio di forme in dialogo.

A questo gioco ben costruito, chi guarda, partecipa con la lettura ricomponendo quell’esercizio sublime, che sta scomparendo nell’arte contemporanea, di interazione telepatica con l’opera d’arte. In un mondo che sta cambiando i suoi media, nel quale si fanno spazio interazioni sempre più reali e sempre meno telepatiche, le fotografie di Augusto de Luca ci riportano al passato, ad un linguaggio che forse sta sparendo ma che per fortuna resta universale nelle epoche e con il quale ci si sente sempre a proprio agio.

Alexandra Ieni

 

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